L’App della Chiesa di Dio Onnipotente

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Una giovinezza trascorsa senza rimpianti

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Xiaowen Città di Chongqing

L’amore è un’emozione pura, pura senza una macchia. Usa il tuo cuore, usa il tuo cuore per amare e aver cura. L’amore non pone condizioni, barriere o distanze. […] Nell’amore non c’è diffidenza, né inganno, né astuzia. Usa il tuo cuore, usa il tuo cuore per amare e aver cura. Nell’amore non c’è distanza e nulla che non sia puro” (“Amore puro senza macchia” in Segui l’Agnello e canta dei canti nuovi). Una volta questo inno della parola di Dio mi aiutò a superare il dolore di una lunga, anzi interminabile, detenzione carceraria che durò 7 anni e 4 mesi. Anche se il governo del PCC mi ha rubato gli anni più belli della mia giovinezza, ho ricevuto la verità più preziosa e più reale da Dio Onnipotente e dunque non ho lamentele né rimpianti.

Nel 1996 ricevetti l’esaltazione di Dio Onnipotente e accettai la Sua salvezza negli ultimi giorni. Leggendo le Sue parole e riunendomi in condivisione con gli altri, conclusi che tutto ciò che Egli ha detto è la verità, la quale è in netto contrasto con tutte le conoscenze e le teorie di questo mondo malvagio. La parola di Dio Onnipotente è la massima di vita più nobile. A emozionarmi maggiormente era la possibilità di essere semplice e aperta e di parlare liberamente di qualunque cosa con i fratelli e le sorelle. Non avevo il minimo bisogno di proteggermi dalle critiche o dall’eventualità di essere superata in arguzia dalle persone quando interagivo con loro. Provavo un conforto e una felicità che non avevo mai sentito prima; mi piaceva davvero questa famiglia. Di lì a poco, tuttavia, appresi che il Paese non permetteva alle persone di credere in Dio Onnipotente. Ciò mi fece sentire completamente smarrita, perché la Sua parola metteva gli uomini in condizione di adorarLo e di percorrere la retta via nella vita; consentiva loro di essere onesti. Se tutti credessero in Dio Onnipotente, il mondo intero sarebbe in pace. Proprio non capivo: credere in Lui era la scelta più giusta; perché il governo del PCC voleva perseguitare e avversare la fede in Dio Onnipotente al punto di arrestare i Suoi fedeli? Pensai: “A prescindere da come il governo del PCC ci perseguiti o da quanto l’opinione pubblica sia contraria, ho deciso che questa è la retta via nella vita e sicuramente la percorrerò fino alla fine!”.

In seguito, cominciai a ottemperare al mio dovere nella Chiesa, che consisteva nel distribuire libri della parola di Dio. Sapevo che adempiere a quel compito in un Paese che si opponeva a Dio era molto pericoloso e che avrebbero potuto arrestarmi da un momento all’altro. Però sapevo anche che, in quanto parte dell’intero creato, la mia missione nella vita era adoperarmi in tutti i modi per Dio e svolgere il mio dovere; era una responsabilità cui non potevo sottrarmi. Proprio quando iniziavo a collaborare fiduciosamente con Dio, un giorno di settembre del 2003, mentre stavo andando a consegnare i libri della parola di Dio ad alcuni fratelli e sorelle, fui arrestata dai membri dell’Ufficio di Sicurezza Nazionale della città.

All’Ufficio di Sicurezza Nazionale fui interrogata ripetutamente e non sapevo come rispondere. Rivolsi una fervida preghiera a Dio: “O Dio Onnipotente, Ti chiedo di darmi la Tua saggezza e di suggerirmi le parole da dire in modo da non tradirTi e da poterTi rendere testimonianza”. In quel periodo Lo pregavo ogni giorno; non osavo lasciarLo. Gli chiedevo solo di darmi l’intelligenza e la saggezza necessarie per trattare con la polizia malvagia. Dio sia lodato per aver vegliato su di me e per avermi protetta; ogni volta che mi interrogavano, sputavo o singhiozzavo senza sosta e non riuscivo a parlare. Vedendo la meravigliosa opera di Dio, presi una ferma decisione: “Non rivelare nulla! Possono rimproverarmi, possono togliermi la vita, ma non mi costringeranno mai e poi mai a tradire Dio oggi!”. Quando decisi che avrei rischiato la vita piuttosto che tradire Dio come Giuda, Egli mi diede il “via libera” sotto ogni punto di vista: ogni volta che mi interrogavano, Dio mi proteggeva e mi permetteva di superare serenamente la prova. Anche se non dissi nulla, il governo del PCC mi accusò di “avere intralciato l’applicazione della legge mediante un culto nocivo” e mi condannò a 9 anni di carcere! Grazie alla protezione di Dio, quando udii la decisione del tribunale non caddi nello sconforto e non ebbi paura di loro; piuttosto, li disprezzai. Mentre emanavano la sentenza, dissi a bassa voce: “Questa è la prova che il governo del PCC si oppone a Dio!”. In seguito, gli ufficiali di pubblica sicurezza vennero a esaminare il mio atteggiamento, e io dissi loro con calma: “Che cosa sono nove anni? Quando arriverà il momento del mio rilascio, sarò ancora un membro della Chiesa di Dio Onnipotente; se non mi credete, aspettate e vedrete! Però dovete ricordare che un tempo questo caso è stato nelle vostre mani!”. Il mio atteggiamento li colse davvero di sorpresa; alzarono il pollice e dissero più volte: “Dobbiamo riconoscerlo! Ti ammiriamo! Sei più tenace di sorella Jiang! Incontriamoci quando esci, e ti offriremo una cena!”. In quel momento ebbi la sensazione che Dio avesse ottenuto gloria e il mio cuore fu lieto. Quando fui condannata, avevo solo 31 anni.

Le prigioni cinesi sono un inferno sulla Terra, e la lunga condanna carceraria mi mostrò chiaramente la vera disumanità di Satana e la sua sostanza diabolica che è diventata nemica di Dio. La polizia cinese non segue il principio della legalità, bensì quello della malvagità. In prigione, le guardie non trattano personalmente con i detenuti, bensì istigano i prigionieri alla violenza per gestire gli altri prigionieri. La polizia malvagia ricorre anche a ogni genere di metodo per ingabbiare i pensieri delle persone; per esempio, chiunque entri deve indossare la stessa uniforme con uno speciale numero di serie, deve tagliarsi i capelli secondo le prescrizioni della prigione, calzare scarpe approvate, seguire gli unici percorsi consentiti e marciare al ritmo imposto. Che sia primavera, estate, autunno o inverno, che piova, ci sia il sole o sia una giornata di freddo pungente, tutti i detenuti devono obbedire agli ordini, senza eccezione. Ogni giorno dovevamo riunirci almeno 15 volte per rispondere all’appello e cantare le lodi del governo del PCC almeno cinque volte; avevamo anche dei compiti politici, cioè ci costringevano a studiare le leggi carcerarie e la costituzione, e a sostenere un esame ogni sei mesi. Volevano farci il lavaggio del cervello. A sorpresa, mettevano anche alla prova la nostra conoscenza delle discipline e delle regole carcerarie. Le guardie non ci perseguitavano solo psicologicamente, ma ci devastavano anche fisicamente con assoluta disumanità: dovevo sgobbare per più di dieci ore al giorno, stipata in una fabbrica angusta insieme a diverse centinaia di altre persone che svolgevano un lavoro manuale. Poiché c’erano moltissime persone in poco spazio e non c’era modo di sfuggire al rumore assordante delle macchine, per quanto sano potessi essere, il tuo corpo subiva gravi danni dopo un po’ che stavi lì dentro. Dietro di me c’era un’occhiellatrice che ogni giorno faceva occhielli senza sosta. Il rimbombo che produceva era insopportabile e, dopo qualche anno, subii una grave perdita di udito. Non sono ancora guarita. Ancora più dannosi per le persone erano la polvere e l’inquinamento nella fabbrica. Dopo essere stati visitati, molti scoprirono di aver contratto la tubercolosi e la faringite. Inoltre, a causa del tanto tempo trascorso a svolgere un lavoro manuale da seduti, era impossibile muoversi e molti svilupparono una grave forma di emorroidi. Il governo del PCC trattava i prigionieri come macchine per far soldi; non gliene importava nulla che vivessimo o morissimo. Costringeva le persone a lavorare dal primo mattino a tarda sera. Spesso ero così esausta che fisicamente non riuscivo ad andare avanti. Non solo, dovevo anche affrontare ogni genere di esami a sorpresa, oltre ai compiti politici settimanali, al lavoro manuale, ai compiti pubblici eccetera. Perciò ogni giorno ero in uno stato di grandissima ansia; la mia resistenza mentale veniva costantemente messa a dura prova ed ero molto nervosa al pensiero di non essere in grado di rimettermi in pari se mi fossi distratta anche solo un attimo, e dunque di essere punita dalle guardie carcerarie. In quel tipo di ambiente, arrivare sani e salvi alla fine di una singola giornata non era cosa facile.

Quando avevo appena iniziato a scontare la pena, non ero in grado di sopportare questo trattamento crudele da parte delle guardie. Il faticoso lavoro manuale e la pressione ideologica mi toglievano il respiro, per non parlare del fatto che dovevo avere contatti di ogni tipo con i prigionieri. Dovevo anche sopportare i maltrattamenti e gli insulti delle diaboliche guardie carcerarie e dei detenuti… Spesso fui perseguitata e messa alle strette. In diverse occasioni sprofondai nella disperazione, soprattutto quando pensavo alla lunga durata della mia condanna. Provavo un forte senso di desolazione e impotenza e non so quante volte abbia pianto, al punto che pensai di suicidarmi per liberarmi dalle penose circostanze in cui mi trovavo. Ogni volta che cadevo nella sofferenza estrema e non riuscivo a reggermi in piedi, pregavo fervidamente e rivolgevo una supplica a Dio, ed Egli mi illuminava e mi guidava: “Non puoi ancora morire. Devi stringere i pugni e continuare a vivere con risolutezza; devi vivere la vita per Dio. Quando la gente porta la verità nel cuore, ha questa risolutezza e non desidera più morire; quando la morte ti minaccia, dirai: ‘Oh Dio, non sono disposto a morire; ancora non Ti conosco! Non ho ancora ricambiato il Tuo amore! […] Devo testimoniarLo adeguatamente. Devo ripagare il Suo amore. Dopodiché, non avrà importanza come morirò. Solo allora avrò condotto un’esistenza soddisfacente. A prescindere da chi altri stia morendo, io non morirò ora; devo continuare tenacemente a vivere’” (“Come conoscere la natura umana” in Registrazione dei discorsi di Cristo). Le Sue parole erano come l’immagine dolce e tenera di mia madre che placava il mio cuore solitario, e anche come le mani calde e delicate di mio padre che mi asciugavano le lacrime dal viso. Una corrente e un’energia tiepide mi attraversavano subito il cuore. Anche se soffrivo fisicamente in quella prigione buia, tentare il suicidio non era la volontà di Dio. Non sarei stata in grado di renderGli testimonianza e sarei anche diventata lo zimbello di Satana. Se fossi uscita viva da quel carcere infernale dopo nove anni, quella sì che sarebbe stata una testimonianza efficace. Le parole di Dio mi diedero il coraggio di andare avanti con la mia vita e, in cuor mio, presi una decisione: “Qualunque difficoltà mi attenda, continuerò diligentemente a vivere; vivrò con coraggio e con forza, e sicuramente renderò testimonianza a Dio compiacendolo”.

Anno dopo anno, l’eccessivo carico di lavoro indebolì pian piano il mio corpo. Quando rimanevo seduta a lungo in fabbrica, cominciavo a sudare abbondantemente e le emorroidi infiammate sanguinavano. A causa di una grave forma di anemia soffrivo spesso di capogiri. In carcere, tuttavia, non è facile farsi visitare da un medico; se le guardie erano di buon umore, mi davano qualche medicina scadente. Altrimenti dicevano che fingevo di stare male per non lavorare. Dovevo sopportare lo strazio di questo disturbo e ricacciare indietro le lacrime. Alla fine di una giornata di lavoro ero completamente esausta. Trascinavo il mio corpo sfinito in cella dove mi sarei voluta riposare e tuttavia non riuscivo a chiudere occhio: o le guardie carcerarie mi chiamavano nel cuore della notte per farmi fare qualcosa oppure venivo svegliata dal loro chiasso assordante… Spesso mi stuzzicavano, causandomi sofferenze indicibili. Inoltre, dovevo sopportare il loro trattamento disumano. Come una rifugiata, dormivo sul pavimento o nei corridoi, o addirittura accanto al water. Gli indumenti che lavavo venivano ammassati ancora bagnati insieme a quelli degli altri prigionieri. Fare il bucato d’inverno era particolarmente frustrante e a molti venne l’artrite poiché tenevano addosso i vestiti umidi a lungo. In poco tempo in carcere le persone sane si infiacchivano e si inebetivano, e il loro corpo si indeboliva o si riempiva di malattie. Mangiavamo spesso ortaggi vecchi e rinsecchiti, fuori stagione. Se volevi qualcosa di meglio dovevi comprarlo in prigione a caro prezzo. Anche se in carcere eravamo costrette a studiare legge, lì non ne esisteva alcuna; le guardie erano la legge e, se attiravi la loro antipatia, riuscivano a trovare una ragione per punirti, anche gratuitamente. Ancora più spregevole era il fatto che considerassero i fedeli di Dio Onnipotente alla stregua di criminali politici, dicendo che i nostri reati erano più atroci dell’omicidio e dell’incendio doloso. Pertanto, nutrivano un odio particolare nei miei confronti, mi tenevano sotto stretta sorveglianza e mi perseguitavano con estremo accanimento. Questo comportamento malvagio è una prova inconfutabile della perversione dei dittatori, della loro opposizione al Cielo e inimicizia verso Dio! Dopo aver sopportato il crudele tormento della prigione, il mio cuore si riempiva spesso di giusta indignazione: quale legge si viola con la fede e l’adorazione di Dio? Che crimine è seguire Dio e percorrere la retta via nella vita? Gli esseri umani sono stati creati dalle mani di Dio, e credere in Lui e adorarLo è la legge del cielo e della terra; che motivo ha il governo del PCC per impedire con la violenza tutto ciò e perseguitare i credenti? Chiaramente si tratta di un comportamento perverso e di una opposizione al Cielo; il governo si contrappone a Dio sotto ogni punto di vista, chiama reazionari i fedeli di Dio Onnipotente, e ci perseguita e ci tortura senza pietà. Cerca di eliminare tutti i fedeli di Dio Onnipotente in un colpo solo. Questo non è ribaltare la verità ed essere totalmente reazionari? Il governo si oppone caparbiamente al Cielo ed è ostile a Dio; alla fine dovrà subire la Sua giusta punizione! Ovunque ci sia corruzione, deve esserci un giudizio; ovunque ci sia peccato, deve esserci una punizione. Questa è la legge del cielo predestinata da Dio, nessuno può sfuggirle. I crimini malvagi commessi del governo del PCC sono ormai innumerevoli e subiranno la distruzione di Dio. Proprio come Egli disse: “Dio detesta da tempo questa società oscura fin nel midollo delle Sue ossa. Egli digrigna i denti, non vedendo l’ora di mettere sotto i piedi questo malvagio, atroce serpente antico, così che non si possa mai più risollevare e non torni mai più ad abusare dell’uomo; Egli non scuserà le azioni da questi compiute in passato, non tollererà l’inganno da questi perpetrato ai danni dell’uomo, salderà il conto per ciascuno dei peccati commessi da questi nel corso delle epoche; Dio non Si mostrerà minimamente indulgente verso questo caporione di ogni male,[1] e lo annienterà completamente” (“Lavoro e ingresso (8)” in La Parola appare nella carne).

In quel carcere infernale valevo meno di un cane randagio agli occhi delle guardie malvagie; non solo mi picchiavano e mi rimproveravano, ma spesso entravano all’improvviso e mettevano a soqquadro il mio letto e le mie cose. Inoltre, ogni volta che nel mondo esterno c’erano disordini di qualche tipo, le persone che in carcere erano responsabili delle questioni politiche venivano a cercarmi e sondavano la mia opinione su quegli eventi, interrogandomi costantemente sulle ragioni per cui avevo imboccato la strada della fede in Dio. Ogni volta che affrontavo questo genere di interrogatori, il cuore mi saliva in gola perché non sapevo quale piano malvagio avessero in mente. Il mio cuore pregava sempre Dio fervidamente e chiedeva aiuto e sostegno nei momenti critici. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, gli abusi, lo sfruttamento e la repressione mi torturavano con sofferenze indicibili: ogni giorno ero gravata dal lavoro manuale, da noiose, asfissianti responsabilità politiche e dai problemi di salute; per giunta, ero psicologicamente depressa. Fui sul punto di crollare. Specialmente quando vidi una prigioniera di mezza età impiccarsi alla finestra, nel cuore della notte, perché non era in grado di sopportare le torture disumane della polizia malvagia, e quando vidi un’altra detenuta, più anziana, morire a causa dei ritardi nella cura della sua malattia, precipitai nello stesso sconforto soffocante e ricominciai a pensare al suicidio. Credevo che la morte fosse la migliore via di fuga. Tuttavia, sapevo che in questo modo avrei tradito Dio e non potevo farlo. Non avevo altra scelta se non sopportare tutto quel dolore e sottomettermi a quanto disposto da Dio. Però, quando pensavo alla mia lunga condanna e a quanto fosse lontano il momento in cui sarei stata di nuovo libera, sentivo che le parole non potevano descrivere il mio dolore e la mia disperazione; pensavo di non poter sopportare quella situazione e non sapevo quanto tempo avrei retto ancora. Quante volte non potei fare altro che infilarmi sotto la coperta, a notte fonda, e piangere, pregando e supplicando Dio Onnipotente e parlandoGli di tutto il dolore che mi affliggeva la mente. Nel momento della massima sofferenza e impotenza pensai: “Oggi soffro per potermi liberare dalla corruzione e ricevere la salvezza di Dio. Questi patimenti sono ciò che dovrei subire, ciò che devo subire”. Non appena feci questa riflessione, non provai più alcuna sofferenza; ebbi invece la sensazione che essere finita in carcere per la mia fede in Dio, e patire sofferenze per cercare la salvezza, fossero cose del massimo valore e significato; quella sofferenza era troppo preziosa! Senza che me ne accorgessi, l’angoscia nel mio cuore si trasformò in gioia e non riuscii a trattenere le emozioni; nel mio cuore cominciai a canticchiare un inno dell’esperienza che conoscevo, intitolato “La nostra vita non è vana”: “La nostra vita non è vana, la nostra sofferenza ha un significato. La nostra vita non è vana, non faremo marcia indietro per quanto dura diventi la vita. La nostra vita non è vana, abbiamo una buona opportunità di conoscere Dio. La nostra vita non è vana, possiamo adoperarci per il Dio supremo. Chi è più benedetto di noi? Chi è più fortunato di noi? Oh, ciò che Dio ci dà supera tutte le generazioni passate; dobbiamo vivere per Lui e ripagarLo per il Suo grande amore”. Ripetei l’inno nel mio cuore e, più lo cantavo, più mi sentivo incoraggiata; più cantavo, e più avevo la sensazione di avere energia e gioia. Non potei fare a meno di giurare a Dio: “O Dio Onnipotente, Ti ringrazio per il Tuo conforto e incoraggiamento, che ancora una volta mi hanno dato la fede e il coraggio di continuare a vivere. Mi hai permesso di capire che sei davvero il Signore e il potere della mia vita. Anche se sono rinchiusa in questo buco infernale, non sono sola, perché Tu sei sempre stato con me in questi giorni bui; mi hai rinnovato ogni volta la fede e la motivazione di andare avanti. O Dio, se un giorno riuscirò a uscire di qui e a vivere liberamente, ottempererò ai miei doveri e non ferirò più il Tuo cuore né farò progetti per me stessa. O Dio, non importa quanto saranno duri o difficili i giorni che mi aspettano, sono pronta a contare su di Te per continuare a vivere con forza!”.

In carcere ricordavo spesso i giorni passati con i miei fratelli e le mie sorelle; che bei tempi! Tutti applaudivano e ridevano, e anche si litigava; ma tutto ciò era un ricordo piacevole. Ogni volta che riflettevo sulle occasioni in cui avevo adempiuto frettolosamente ai miei doveri passati, mi sentivo molto in colpa e in difetto. Pensavo agli alterchi che avevo avuto con i fratelli e le sorelle a causa della mia indole arrogante; mi sentivo particolarmente in imbarazzo e piena di rimorso. Ogni volta che succedeva, scoppiavo in lacrime e cantavo dentro di me un inno che conoscevo: “Sono così pentito, sono così pentito, ho sprecato tanto tempo prezioso. Il tempo scorre costantemente e resta solo il rimpianto […] per tutte le mie mancanze passate, e inizierò da capo a testa alta. Dio mi dà un’altra possibilità e, con la Sua tolleranza, farò la mia nuova scelta. Farò tesoro di questo giorno, praticherò la verità, svolgerò al meglio i miei doveri e così compiacerò Dio. Il Suo cuore è ansioso, pieno di trepidazione. Perciò non Glielo spezzerò più” (“Sono così pentito” in Segui l’Agnello e canta dei canti nuovi). Nel dolore e nel senso di colpa spesso pregavo Dio nel mio cuore: “O Dio! Ti ho davvero deluso troppo; se lo consentirai, sono pronta a cercare di amarTi. Dopo che sarò uscita di prigione, sarò ancora disposta a ottemperare ai miei doveri e a ricominciare! Rimedierò alle mancanze del passato!”. Durante il periodo di detenzione ebbi nostalgia soprattutto dei fratelli e delle sorelle con cui ero stata in contatto mattina e sera; morivo dalla voglia di vederli ma, in quel carcere infernale in cui mi tenevano prigioniera, un simile desiderio era una richiesta inesaudibile. Tuttavia, li vedevo spesso in sogno: sognavo che leggevamo la parola di Dio e che comunicavamo la verità insieme. Eravamo felici e allegri.

Durante il grande terremoto del Sichuan del 2008, il carcere in cui eravamo rinchiusi tremò e io fui l’ultima persona a lasciare l’edificio. In quei giorni ci furono continue scosse di assestamento. Sia i prigionieri sia le guardie erano tanto allarmati e ansiosi da non riuscire ad andare avanti. Il mio cuore, tuttavia, era particolarmente sereno e saldo, perché sapevo che quella era la parola di Dio che si realizzava; era l’arrivo della Sua ira incontenibile. Durante quel terremoto – se ne verifica uno ogni cento anni – la Sua parola protesse sempre il mio cuore; credo che la vita e la morte dell’uomo siano interamente nelle Sue mani. Qualunque cosa Egli decida, sono disposta a sottopormi alle Sue disposizioni. L’unica cosa che mi rattristava, tuttavia, era il pensiero che, se fossi morta, non avrei più avuto l’opportunità di ottemperare al mio dovere verso il Signore del creato, di ripagare l’amore di Dio e di vedere i miei fratelli e sorelle. La mia preoccupazione, però, era superflua: Dio rimase sempre con me e mi diede la massima protezione, che mi permise di sopravvivere al terremoto e di viverlo serenamente!

Nel gennaio del 2011 un rilascio anticipato mise fine alla mia vita di schiavitù in carcere. Quando riconquistai la libertà, il mio cuore si riempì di un entusiasmo straordinario: “Posso tornare alla chiesa! Posso stare con i miei fratelli e le mie sorelle!”. Le parole non basterebbero a descrivere il mio stato d’animo euforico. Non mi aspettavo tuttavia che, dopo il mio ritorno a casa, mia figlia non mi riconoscesse e che i parenti e gli amici mi guardassero con espressione strana; tutti presero le distanze e si rifiutarono di interagire con me. Le persone che mi circondavano non mi capirono e non mi accolsero. In quel momento, anche se non ero più costretta a subire gli abusi e il tormento della prigione, le occhiate fredde, i sogghigni e l’abbandono resero la situazione difficile da sopportare. Diventai debole e pessimista. Non potei fare a meno di riflettere sul passato: all’epoca dell’incidente avevo solo 31 anni; quando uscii di prigione, erano passati otto inverni e sette estati. Quante volte, nella mia solitudine e impotenza, Dio aveva fatto in modo che le persone, i fatti e le cose mi aiutassero; quante volte, nel mio dolore e nella mia disperazione, le Sue parole mi erano state di conforto; quante volte, quando avevo desiderato morire, Lui mi aveva dato l’energia per trovare il coraggio di continuare a vivere… In quegli anni lunghi e dolorosi era stato Dio a condurmi passo dopo passo fuori dalla valle dell’ombra della morte perché continuassi tenacemente a vivere. Ora, davanti a questa difficoltà, diventai pessimista e debole e capii di aver rattristato Dio. Ero una persona davvero codarda e inetta che aveva morso la mano che la nutriva! Riflettendo su questo, mi resi conto che il mio cuore era esecrabile; non potei fare a meno di pensare al giuramento che avevo fatto a Dio mentre ero in carcere: “Se un giorno riuscirò a uscire di qui e a vivere liberamente, ottempererò ai miei doveri e non ferirò più il Tuo cuore né farò progetti per me stessa!”. Considerai questo giuramento e riflettei sulla circostanza in cui mi trovavo quando l’avevo fatto. Le lacrime mi annebbiarono la vista e lentamente cantai un inno della parola di Dio: “‘Per mia spontanea volontà, io seguo Dio. Non mi interessa se Egli mi voglia o meno. Intendo amarLo, seguirLo fermamente. Mi meriterò Dio, offrendo a Lui la mia vita, Possa la volontà di Dio essere realizzata. Possa essere il cuore mio offerto appieno a Dio. Qualunque cosa Dio faccia, qualsiasi sia il Suo piano per me, continuerò a seguirLo, nel tentativo di meritarLo. […]’ Se desideri alzarti in piedi ed esaudire la volontà di Dio, se vuoi seguirLo fino alla fine, getta solide fondamenta, pratica la verità in tutto e per tutto. È cosa gradita a Dio, e Lui rafforzerà il tuo amore. […] Quando vieni messo a dura prova, sei disperato e sofferente. Eppure, per amare Dio, sopporterai ogni avversità, rinuncerai alla tua vita e a tutto il resto” (“Non avrò riposo finché non otterrò Dio” in Segui l’Agnello e canta dei canti nuovi).

Dopo un periodo di culto e adattamento spirituale, uscii rapidamente dal mio pessimismo illuminata da Dio, e ricominciai ad adempiere ai miei doveri.

Benché abbia passato gli anni migliori della mia giovinezza in prigione, e benché in quei 7 anni e 4 mesi abbia patito sofferenze di ogni tipo per la mia fede in Dio, non ho lamentele né rimpianti, perché comprendo qualche verità e ho sperimentato il Suo amore. Credo che ci siano un significato e un valore nella mia sofferenza; è un’esaltazione e una grazia eccezionale che Dio mi ha concesso; questo è il mio privilegio! Anche se i parenti e gli amici non mi capiscono, e anche se mia figlia non mi riconosce, nessuna persona, questione o cosa potrà allontanarmi dalla mia relazione con Dio; anche se morissi, non potrei abbandonarLo.

Amore puro senza macchia è l’inno che preferivo cantare in carcere; ora voglio usare le mie azioni concrete per offrire a Dio un amore purissimo!

 

Note a piè di pagina:

1. “Caporione di ogni male” si riferisce al vecchio diavolo. Questa frase esprime un’estrema repulsione.