24. Finalmente ho imparato come compiere il mio dovere

di Xincheng, Italia

Dio Onnipotente dice: “È sempre attraverso il processo del compimento del proprio dovere che l’uomo gradualmente si trasforma, ed è attraverso questo processo che dimostra la sua lealtà. Stando così le cose, più tu sei in grado di compiere il tuo dovere, più verità riceverai e più reale diventerà anche la tua espressione. Coloro che nel compiere il proprio dovere si limitano a fare le cose meccanicamente, e non cercano la verità, alla fine saranno eliminati, poiché simili uomini non compiono il loro dovere nella pratica della verità e non mettono in pratica la verità nel compimento del loro dovere. Simili uomini sono coloro che non potranno cambiare e saranno maledetti. Non soltanto la loro espressione è impura, ma ciò che esprimono non è altro che malvagità” (“La differenza tra il ministero di Dio incarnato e il dovere dell’uomo” in “La Parola appare nella carne”). “Mettere il cuore nel proprio dovere ed essere in grado di assumersi responsabilità richiede sofferenze e il pagamento di un prezzo; non basta semplicemente parlarne. Se non si mette il cuore nel proprio dovere, volendo invece esercitare sempre uno sforzo fisico, allora il proprio dovere non sarà certamente ben eseguito. Si agirà semplicemente in maniera meccanica e sbrigativa e nulla più, e non si avrà modo di sapere quanto bene sia stato svolto il proprio dovere. Se ci metti il cuore, giungerai gradualmente alla comprensione della verità; se non lo fai, allora ciò non accadrà. Quando metti il cuore nel compimento del tuo dovere e nel perseguimento della verità, diventi man mano capace di comprendere il volere di Dio, di scoprire la tua corruzione e le tue mancanze, e di governare tutti i tuoi diversi stati d’animo. Se non usi il tuo cuore, ma ti limiti ad esercitare uno sforzo fisico esternamente, non sarai in grado di avvertire i cambiamenti nei tuoi vari stati d’animo interiori, né le reazioni a cui possono essere soggetti differenti stati d’animo in ambienti differenti. Queste sono tutte questioni che riguardano il cuore” (“Si può vivere con vere sembianze umane soltanto essendo onesti” in “Registrazione dei discorsi di Cristo”). Dalle parole di Dio possiamo dedurre di dover essere diligenti e responsabili e ricercare la verità nei nostri doveri. Una volta ero molto superficiale e non facevo nulla con cura. Neanche nella casa di Dio era diverso, non mi sforzavo più di tanto. Davanti a qualcosa di complesso che richiedeva duro lavoro, ero negligente e irresponsabile, ragion per cui nel mio dovere commettevo sempre errori. In seguito, grazie alle parole di Dio, ho iniziato a capire la mia indole corrotta e come compiere il mio dovere secondo la volontà di Dio, finché ho imparato a farlo con responsabilità e costanza.

All’epoca ero addetta alla revisione delle traduzioni in italiano. All’inizio ero diligente e volenterosa nel gestire ogni eventuale problema. Ma, col passare del tempo, il lavoro arretrato si accumulava e ho iniziato a farmi prendere dall’agitazione, soprattutto alla vista di documenti colmi di annotazioni in vari colori e montagne di punti, virgole e altri segni di punteggiatura. Dovevo controllare formattazione e impaginazione fino all’ultimo dettaglio. La cosa mi spazientiva. Pensavo: “Quanto sforzo mentale serve per questo lavoro? È troppo faticoso”. Allora ho smesso di revisionarli con attenzione, limitandomi a una scorsa sommaria per controllare che fossero corretti in generale. A volte avevo bisogno di liberare la mente e riflettere a fondo sulla correttezza della traduzione, ma di fronte a una frase dalla struttura complessa mi ritrovavo a ragionare egoisticamente: “È così faticoso ponderare e ricercare ogni singola parola, e se mi ritrovassi a mani vuote non sarebbe uno spreco di energie? Che mi importa? Se ne occuperà qualcun altro”. Ecco com’ero: ero negligente e facevo tutto alla bell’e meglio.

Nel tempo, i problemi continuavano a emergere. Gli altri trovavano errori nell’uso della punteggiatura e delle maiuscole nei documenti a cui lavoravo; in alcune traduzioni mancavano anche delle parole. Mi sono sentita davvero in colpa. Qualcun altro aveva subito notato quelle piccole imprecisioni, mentre a me erano sfuggite durante la revisione. Per non parlare di omissioni così evidenti! Pensarci mi faceva stare ancora peggio. Un giorno, dopo pranzo, ho ricevuto un messaggio riguardante un errore elementare, tra singolare e plurale, in un documento da me revisionato. È stata come una pugnalata al cuore. Come potevo esser stata così disattenta? Come poteva essermi sfuggita un’imprecisione del genere? Non ero sicura se errori simili fossero presenti in altri documenti che avevo revisionato. Il mio lavoro faceva acqua da tutte le parti. Cosa dovevo fare? Addolorata, mi sono precipitata a pregare dinanzi a Dio. Ho meditato sul mio recente atteggiamento nei confronti del dovere.

Letto un passo delle parole di Dio: “Se non metti il cuore nel tuo dovere e sei negligente, limitandoti a fare le cose nel modo più facile possibile, che razza di mentalità è questa? Una mentalità che induce a fare le cose in maniera superficiale, senza alcuna lealtà verso il tuo dovere, senza alcun senso di responsabilità e alcuna consapevolezza della tua missione. Ogni volta che fai il tuo dovere, usi soltanto metà della tua forza; lo fai con scarso entusiasmo, non ci metti il cuore e cerchi soltanto di concluderlo e lasciartelo alle spalle, senza la minima coscienziosità. Lo fai in maniera così rilassata che è come se ti stessi trastullando. Ciò non causerà dei problemi? Alla fine gli altri diranno che sei una persona che compie male il proprio dovere, che lo fai senza alcuna convinzione. E cosa dirà Dio al riguardo? Che sei inaffidabile. Se ti è stato affidato un incarico e, a prescindere dal fatto che sia un compito di responsabilità primaria o ordinaria, non ci metti il cuore o non sei all’altezza della tua responsabilità, e se non lo consideri una missione che ti è stata data da Dio o una questione di cui Egli ti ha investito, se non lo senti come tuo dovere e obbligo, allora questo costituirà un problema. ‘Inaffidabile’: questa parola definirà il modo in cui ti occupi del tuo dovere e Dio affermerà che il tuo carattere non è all’altezza. Se vieni investito di una questione ma questi sono l’atteggiamento che assumi nei suoi confronti e i modi in cui la gestisci, verrai incaricato di adempiere a qualche altro dovere in futuro? È possibile affidarti qualcosa di importante? Forse sì, ma dipenderebbe da come ti sei comportato. Nel profondo, ad ogni modo, Dio nutrirà sempre una certa diffidenza e una certa insoddisfazione verso di te. Questo costituirà un problema, non è così?” (“Solo attraverso la contemplazione frequente della verità puoi avere una via da seguire” in “Registrazione dei discorsi di Cristo”). Dio scruta il cuore degli uomini. Ognuna delle Sue parole ha colpito nel segno. Poi ho compreso che scegliere la strada facile nel dovere denota un atteggiamento superficiale. È frutto della noncuranza, un limitarsi a sorvolare le cose senza la minima responsabilità. Ripensandoci, avevo lavorato così: ogni volta che qualcosa richiedeva tempo e impegno, prendevo la scorciatoia più rapida e semplice per sbrigarmela. Adottavo il metodo più agevole per evitare ogni seccatura e fatica. Se c’erano termini sconosciuti o dei punti oscuri nella grammatica o nella struttura delle frasi, non mi adoperavo con serietà per approfondirli. Sceglievo la via facile: li sottolineavo e chiedevo a qualcun altro. Di fronte ad annotazioni complesse o a punteggiatura da revisionare attentamente, mi limitavo a una lettura frettolosa e trascuravo diversi problemi. Ero superficiale e mi sottraevo alla responsabilità nei confronti dell’incarico affidatomi da Dio. Mi interessava solo di evitare la sofferenza carnale. C’era il benché minimo posto per Dio nel mio cuore?

In seguito ho letto altre Sue parole: “Per chi possiede umanità, dovrebbe essere facile compiere il proprio dovere altrettanto bene quando non c’è nessuno a sorvegliare; è una cosa che dovrebbe far parte delle proprie responsabilità. Per chi non possiede umanità e non è affidabile, compiere il proprio dovere è un impegno assai gravoso. Bisogna che ci sia sempre qualcuno a preoccuparsi di lui, a sorvegliarlo e a domandargli come stiano procedendo le cose; altrimenti una tale persona farà danni non appena le viene affidato un compito. Insomma, nel compiere il proprio dovere bisogna sempre riflettere su sé stessi: ‘Ho svolto adeguatamente questo compito? L’ho affrontato con tutto il cuore? Oppure ho cercato di cavarmela alla meno peggio?’ Se è avvenuto qualcosa del genere, non va bene; è pericoloso. In senso stretto, significa che una tale persona non ha credibilità e che non ci si può fidare di lei. In senso più ampio, se una tale persona compie il proprio dovere in modo meccanico e dimostra sempre superficialità nei confronti di Dio, è in grave pericolo! Quali sono le conseguenze dell’essere falsi sapendo di esserlo? A breve termine, avrai un’indole corrotta, commetterai frequenti trasgressioni senza pentirtene e non imparerai ad applicare la verità, né la metterai in pratica. A lungo termine, facendo continuamente queste cose, il tuo esito svanirà; e questo significa che finirai nei guai. Questo è ciò che viene definito non commettere errori gravi ma commetterne continuamente di lievi, e in definitiva condurrà a conseguenze irreparabili. E sarebbe gravissimo!” (“L’ingresso nella vita deve iniziare con l’esperienza dall’adempimento del proprio dovere” in “Registrazione dei discorsi di Cristo”). Quando Dio ha messo a nudo la natura e le conseguenze della mia superficialità, mi sono spaventata. Svolgere i compiti meccanicamente significa tradire sia gli altri che Dio, è un’atteggiamento che Egli condanna. Se non mi fossi pentita, prima o poi sarei stata espulsa per qualche grave mancanza. Quando la Chiesa mi ha assegnato a quel compito, ho fatto voto solenne di svolgerlo adeguatamente; ma poi, quando mi è stato richiesto un impegno concreto, mi sono preoccupata solo della carne e di evitare il dolore. Ero approssimativa e negligente nel revisionare i documenti, tanto che persino gli errori più ovvi mi sfuggivano. Se non era barare, cos’era? Questi pensieri mi hanno colmata di rimorso, così ho pregato Dio: “Dio Onnipotente! Non sono stata responsabile nel mio dovere e ho tentato di ingannarTi. Questo certo Ti disgusta. Sono andata contro la mia coscienza. Dio, desidero pentirmi. Ti prego di guidarmi: donami la volontà per sopportare le difficoltà e la capacità di abbandonare la carne e compiere il mio dovere”.

Da allora, in ogni documento controllavo tutte le parole che non erano corrette. Se avevo delle incertezze, chiedevo a dei fratelli o a un traduttore professionista, finché tutto non mi era chiaro. In caso di documenti lunghi e complessi, non osavo limitarmi a una scorsa meccanica e sbrigativa; analizzavo invece più volte e nel dettaglio ogni singola frase, facendo del mio meglio per limare la traduzione. Prima di chiudere un documento, stilavo la lista dei punti da ricontrollare e ricordavo di continuo a me stessa che ogni fase andava valutata con meticolosità. Controllavo ogni minimo dettaglio, facendo il possibile per limitare gli errori nella fase finale. Dopo un po’ di tempo, si sono visti i risultati e anche le imprecisioni sono diminuite.

In seguito un’altra sorella è entrata nel gruppo per collaborare alla formattazione delle traduzioni definitive. Ogni tanto mi chiedeva: “Questo segno di punteggiatura è corretto? E di quell’altro, che mi dici?” A tutte quelle domande pensavo: “È troppo complicato spiegarti tutto. Attieniti alla traduzione definitiva e basta”. E così l’ho liquidata dicendo: “Ecco il documento definitivo. Non c’è alcun problema di punteggiatura. La punteggiatura in inglese e in italiano è praticamente identica. Resta quasi sempre come in inglese, tranne alcune eccezioni. Dipende dal significato”. Poi mi ha chiesto: “I nostri attuali testi di riferimento sono gli stessi usati dai professionisti. Alcune parti non mi sono chiare. Non ne abbiamo di più semplici sulla punteggiatura italiana?” “Non ancora”, le ho detto. Allora ho pensato di creare un documento di riferimento per i nuovi membri, ma i segni di punteggiatura erano così tanti: avrebbe voluto dire consultare i testi di riferimento, una gran bella seccatura. Così, ho rimandato a un’altra volta. La cosa mi sembrava finita lì; ma poi lei ha usato in italiano la punteggiatura alla maniera inglese, come le avevo detto, e ha cancellato tutti gli spazi sia prima che dopo i trattini in un file di 150.000 parole. Ero sbalordita quando me ne sono accorta. Diversamente dall’inglese, in italiano si deve lasciare uno spazio sia prima che dopo i trattini perché non si confondano con le lineette. Ma questo a lei non l’avevo detto. Non c’era nulla da fare. Doveva ricominciare e correggerli uno per uno. Provavo rimorso e senso di colpa. Adirata con me stessa, ho pensato: “Perché all’inizio non ho fatto un piccolo sforzo per redigere un testo di riferimento? Perché pensavo sempre alla carne e avevo così paura della fatica? Per mia negligenza, lei ha dovuto rimodificare tutto il documento, che a sua volta andava di nuovo revisionato. La cosa ha richiesto impegno, e soprattutto ha ritardato il nostro lavoro. Non ho intralciato il lavoro della casa di Dio?” Quelle sensazioni di essere in debito, di colpa e di rimorso sono riaffiorate. Avrei solo voluto prendermi a schiaffi. Perché mi stavo di nuovo adagiando? Che cosa mi prendeva?

Un giorno, durante i devozionali, ho letto queste parole di Dio: “Non è forse un aspetto dell’indole corrotta gestire le cose in maniera tanto impertinente e irresponsabile? Di che si tratta? Di meschinità; in tutte le questioni, dicono ‘va bene così’ e ‘ci va vicino’; è un atteggiamento fatto di ‘forse’, ‘circa’ e ‘ottanta per cento’; fanno le cose in maniera superficiale, si accontentano di fare il minimo e sono soddisfatti di cavarsela alla meno peggio; non vedono il motivo di prendere le cose sul serio o di mirare alla precisione e vedono ancora meno il motivo di ricercare i principi. Non è forse un aspetto dell’indole corrotta? È forse una manifestazione di normale umanità? È giusto invece definirla arroganza, ed è anche del tutto opportuno chiamarla dissolutezza, ma per coglierne il significato preciso l’unica parola adatta è ‘meschinità’. Tale meschinità è presente nell’umanità della maggior parte delle persone; in tutte le questioni desiderano fare il meno possibile, vedere come possono cavarsela, e in tutto ciò che fanno vi è un sentore di inganno. Imbrogliano gli altri quando possono, prendono scorciatoie quando ne hanno l’occasione, e sono restii a dedicare tempo o riflessione a una questione. Finché riescono a evitare di essere smascherati, non causano problemi e non sono chiamati a rispondere, ritengono che vada tutto bene e così cercano di cavarsela alla meno peggio. A loro giudizio, non vale la pena fare bene il lavoro. Simili persone non imparano a fare bene niente e non si applicano nello studio. Vogliono soltanto farsi un’idea generale dell’argomento e poi si dichiarano esperti in materia; in tal modo cercano di cavarsela alla meno peggio. Non è forse un atteggiamento che molti hanno verso le cose? È forse un atteggiamento valido? Questo atteggiamento che simili persone adottano verso persone, eventi e cose significa, in sintesi, ‘cavarsela alla meno peggio’, e questa meschinità è presente in tutta l’umanità corrotta” (“Per i capi e i lavoratori, scegliere una via è di estrema importanza IX” in “Registrazione dei discorsi di Cristo”). Le parole di Dio hanno evidenziato la causa della mia mancanza d’impegno. La mia meschinità era inaccettabile. Ho adottato in tutto atteggiamenti superficiali e falsi. Quella sorella mi ha domandato l’uso della punteggiatura ma, per evitare scocciature e domande eccessive, non l’ho presa sul serio e l’ho liquidata dicendole che si doveva attenere alla regoletta e basta. E, quando mi ha chiesto un testo di riferimento, avrei potuto compilarne uno, ma, al pensiero di quanto mi sarebbe costato, ho deciso di disinteressarmene. Ero preoccupata dei probabili errori, ma ho optato lo stesso per una scappatoia. Pensa che bello se si fosse risolto tutto senza alzare un dito. Ogni volta che facevo le cose senza impegno, speravo che la fortuna mi desse una mano. Tentavo sempre di sbrigarmela con il minimo sforzo possibile. L’impegno che mettevo nel mio dovere non era onesto: avrei dovuto analizzare il minimo dettaglio e fare il possibile perché non vi fossero errori. In apparenza stavo lavorando e rispondendo alle domande, ma in realtà stavo astutamente ingannando quella sorella. Di conseguenza, lei si è fidata delle mie risposte e ha compiuto errori gravi, sprecando energie per un lavoro inutile. Ha dovuto rifarne gran parte, rallentando e danneggiando gravemente l’intero lavoro della Chiesa. Il principio alla radice del mio agire, ossia scegliere sempre la via più facile, era un principio che nuoceva agli altri. Usavo miseri stratagemmi per evitare la fatica nel breve termine. Non avevo sofferto fisicamente, ma le mie continue trasgressioni intralciavano il lavoro della casa di Dio. Arrecavo danno a tutti. Mi è stato affidato un compito importante, ma l’ho preso alla leggera, da superficiale, irresponsabile, falsa e negligente, noncurante delle conseguenze. Non avevo più alcuna coscienza. Solo allora ho capito quanto profonda fosse la mia meschinità, quanto scarsa la mia integrità, quanto indegna io fossi.

In seguito, in un video ho ascoltato delle parole di Dio. Dio Onnipotente dice: “Se l’uomo non sa esprimere ciò che dovrebbe durante il servizio o conseguire ciò che gli è intrinsecamente possibile e invece indugia e agisce meccanicamente, ha perso la funzione che dovrebbe avere un essere creato. Questo genere di uomo è considerato una nullità mediocre e un inutile spreco di spazio; come può un individuo simile essere nobilitato col titolo di essere creato? Non si tratta forse di entità di corruzione che esteriormente brillano ma interiormente sono putride? […] Chi potrebbe essere degno delle vostre parole e azioni? È forse possibile che un tale minuscolo sacrificio da parte vostra sia degno di tutto ciò che Io vi ho conferito? Io non ho altra scelta e vi sono stato devoto con tutto il cuore, eppure voi nutrite intenzioni malvagie e siete poco entusiasti nei Miei confronti. Questa è l’entità del vostro dovere, la vostra unica funzione. Non è così? Non sapete che non avete affatto compiuto il dovere di esseri creati? Come potete essere considerati esseri creati? Non sapete chiaramente che cosa state esprimendo e vivendo? Non siete riusciti a compiere il vostro dovere, ma cercate di guadagnare la tolleranza e la generosa grazia di Dio. Tale grazia non è stata predisposta per persone indegne e ignobili come voi, ma per coloro che non chiedono nulla e si sacrificano di buon grado. Uomini come voi, nullità così mediocri, non sono affatto degni di godere della grazia del cielo. Solo i patimenti e la punizione interminabile accompagneranno i vostri giorni! Se non riuscite a esserMi fedeli, il vostro destino sarà la sofferenza. Se non potete rendere conto davanti alla Mia parola e alla Mia opera, la vostra sorte sarà la punizione. La grazia, le benedizioni e la vita meravigliosa nel Regno non avranno nulla a che vedere con voi. Questa è la fine a cui meritate di andare incontro e una conseguenza causata da voi stessi!” (“La differenza tra il ministero di Dio incarnato e il dovere dell’uomo” in “La Parola appare nella carne”). Dio dice: “Io non ho altra scelta e vi sono stato devoto con tutto il cuore, eppure voi nutrite intenzioni malvagie e siete poco entusiasti nei Miei confronti. Questa è l’entità del vostro dovere”. Queste parole mi hanno trafitto il cuore. Dio mi ha dato l’opportunità di fare il mio dovere, in modo che ricercassi e ottenessi la verità, mi liberassi dalla mia indole corrotta e ricevessi la Sua salvezza. Ma, invece di ricercare la verità, pensavo solo alla carne, raggirando e ingannando Dio. Ho pensato che Dio Si è incarnato per salvare l’uomo, sopportando enormi umiliazioni e sofferenze, ricercato e perseguitato dalle autorità, condannato e rifiutato dalla gente; eppure Egli esprime sempre la verità e opera per salvarci. Siamo di scarsa levatura, e quindi lenti nel comprendere la verità. Ma Dio non ci ha abbandonati, ed entra in condivisione con noi da ogni punto di vista. Egli spiega tutte le verità nel dettaglio. Egli narra, fornisce esempi e utilizza metafore per aiutarci a capire. Alcune verità sono complesse e riguardano molti aspetti, per questo Dio le sviscera per noi nei tratti essenziali. Con la condivisione, Egli ci guida con pazienza e costanza alla comprensione della verità. Egli Si assume la piena responsabilità delle nostre vite. E io, invece, come ho affrontato il mio dovere? Pensavo non valesse la pena dedicarvi più sforzi e attenzioni. Non lo prendevo con serietà, né con responsabilità. Sceglievo il sentiero più agevole, indifferente all’esito o alle conseguenze. Prendevo alla leggera l’incarico affidatomi da Dio, sorvolandolo. Dov’era la mia coscienza? Meritavo la punizione di Dio. Ma Dio non ha mai rinunciato a salvarmi. Con le Sue parole mi ha illuminata e guidata, aiutandomi a conoscere me stessa e a capire la Sua volontà. Se avessi continuato a lavorare con svogliatezza e automatismo, non avrei meritato di vivere o di essere definita umana. Allora ho pregato Dio: “Dio Onnipotente! La mia meschinità è eccessiva. Non voglio più vivere in questo modo indegno e vergognoso. Ti prego, dammi la forza di mettere in pratica la verità, così che possa vivere una vera sembianza umana e compiere il mio dovere di creatura”.

Poi ho letto queste parole di Dio: “In quanto esseri umani, per accettare l’incarico assegnato da Dio, bisogna essere devoti. Bisogna essere totalmente devoti a Dio e non si può essere tiepidi, scansare le responsabilità o agire in base ai propri interessi o stati d’animo: questo non è essere devoti. Che cosa significa essere devoti? Significa non essere influenzati e limitati dagli stati d’animo, gli ambienti, le persone, le questioni o altro durante il compimento del proprio dovere. ‘Ho ricevuto da Dio questo incarico; me l’ha assegnato Lui. Questo è ciò che devo fare. Pertanto lo farò considerandolo affar mio, in qualsiasi modo possa apportare buoni risultati, ponendo l’accento sul dare soddisfazione a Dio’. Quando sei in questa condizione, non solo sei controllato dalla tua coscienza, ma c’è un coinvolgimento anche della devozione. Se per essere soddisfatto ti basta portare l’operazione a termine, ma non aspiri a essere efficiente e conseguire risultati e se ritieni che sia sufficiente produrre un certo sforzo, si tratta soltanto di un livello normale di coscienza, che non si può considerare devozione. Quando sei devoto a Dio, il livello è un po’ più elevato rispetto alla normale coscienza. Allora non si tratta più soltanto di produrre un certo sforzo: bisogna metterci anche tutto il cuore. Devi sempre considerare il tuo dovere come un lavoro che ti compete, assumerti dei fardelli per questo compito, subire rimproveri se commetti il più piccolo errore o dimostri la minima sciatteria, percepire che non puoi essere una persona del genere, perché esserlo ti rende terribilmente indegno di Dio. Coloro che sono autenticamente dotati di ragionevolezza svolgono i loro compiti come una cosa di loro pertinenza, indipendentemente dal fatto che ci sia qualcuno a controllare. Che Dio sia contento di loro oppure no e in qualunque modo Egli li tratti, sono sempre molto esigenti con sé stessi nello svolgere i loro compiti e nel portare a termine l’incarico che Dio ha loro affidato. Questa è devozione” (“Solo una persona sincera può essere veramente felice” in “Registrazione dei discorsi di Cristo”). Le parole di Dio mi hanno indicato un cammino di pratica. Non possiamo approcciare il dovere a piacimento, secondo i nostri umori e preferenze. Non possiamo essere sbrigativi e superficiali quando ci vuole sacrificio; dobbiamo considerare il nostro dovere come missione affidataci da Dio e nostra responsabilità, e dedicarvi cura e impegno per ottenere i migliori risultati. Qualunque sia la difficoltà, che siamo sorvegliati o meno, dobbiamo sempre compierlo al massimo delle potenzialità. Con questa nuova consapevolezza, ho pregato Dio, desiderosa di pentirmi e praticare secondo le Sue parole. In seguito ho trovato il tempo di creare un testo sull’uso della punteggiatura in italiano da far consultare ai nuovi membri. Poi ho redatto una lista dei problemi più comuni nel lavoro di traduzione e di tutti gli aspetti a cui prestare attenzione. La controllavo durante le revisioni dei documenti affinché nulla mi sfuggisse. E, quando i fratelli mi comunicavano un loro dubbio, non mi limitavo a dare un’occhiata veloce e a imbastire una risposta, bensì ponderavo attentamente la domanda, applicavo i princìpi e ricercavo la risposta consultando fonti specializzate. Quando non capivo qualcosa, con un serio impegno coadiuvato dall’illuminazione e dalla guida di Dio, pian piano ci arrivavo. Ho anche meditato a lungo sulle mie motivazioni errate. Ogni volta che mi veniva da schivare le difficoltà, pregavo Dio di darmi forza, affinché potessi affrontarle con l’impegno che esse richiedevano. Gradualmente, ho corretto il mio atteggiamento e la mia negligenza. Ho imparato a compiere il mio dovere con costanza. È stato un cambiamento interamente dovuto al giudizio e al castigo di Dio. Lode a Dio!

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